Gregorio Samsa

artist portfolio

IL MAGICO MONDO DI ERIC

06 Novembre 2011

 

Nel calderone degli eventi che infestano il presente dell’arte – un calderone nel quale (e dal quale) siamo sballottati senza sosta – è un po’ difficile imbattersi in qualcosa di raro, di prezioso, di unico. Qualcosa che faccia vibrare la mente e che metta in moto il pensiero attraverso un palinsesto di opere idonee ad esplorare il mondo della vita contemporanea. Qualcosa che riesca a calibrare la riflessione e a creare le giuste nervature di un itinerario estetico adatto a leggere, con respiro ed eleganza immaginifica, i brani dell’attualità. Di un pulsante presente che, senza sosta, richiama sulla scena del tempo unicamente se stesso.
ERIC, un recente progetto di Gregorio Samsa curato da Adriana Polveroni, è, a mio avviso, uno degli appuntamenti più esclusivi – rari preziosi e unici appunto – che hanno costellato Torino in occasione della sua fiera, Artissima, giunta, oggi, come ha detto qualcuno, al suo diciottesimo compleanno. Una fiera, bisogna dirlo, sempre più intelligente e ricca di disegni critici, di strumenti d’indagine, di panorami estetici.

Puntuale, preciso, pensante, ERIC è, a pieno titolo, un lavoro straordinario: la cui straordinarietà si basa non solo sulla vivacità unitaria dell’intera operazione linguistica, ma anche sull’intreccio di fibre riflessive che rivisitano alcuni dei nuclei e dei grumi del presente. Il concetto di pluralità (di essere singolari plurali, direbbe Nancy), quello di alterità, quello di grammaticalizzazione, divisione e moltiplicazione dell’io, quello di spostamento – slittamento – della comunicazione, quello di condivisione, quello di multiculturalismo (che vibra tra le varie opere) e quello (apparente) della perdita – o del declino – autoriale, ne sono alcuni.
Ad accogliere lo spettatore – in via Bellezia 14, scala A, interno 11 – è uno zerbino nero recante, in caratteri cubitali, la scritta REAL. Una scritta che indica, inaspettatamente, il primo step non solo della mostra (una mostra ch’è stato possibile visitare, attraversare e annusare dal 4 al 6 novembre scorso) ma anche di un progetto che si disloca tra il reale e quello che reale non è.

Varcato l’uscio dell’appartamento inizia, poi, il viaggio. Un viaggio che richiama altri viaggi. Altri percorsi vivacizzati da incontri di tessitura. Altri tragitti attraverso i quali l’artista e la curatrice hanno costruito un cammino dialogico e visivo per dar vita ad un racconto le cui sezioni – “Eric’s Trip”, “Eric’s Bunker”, “Hall”, “Eric’s Livingroom” – decostruiscono e ricostruiscono, attraverso serrate e felici metafore, alcuni modelli della comunicazione contemporanea. Ma anche della vita: di una vita metamorfosata da strumenti tecnologici e da una sempre più incisiva ubiquità.
«Così Eric abita una casa», suggerisce Adriana Polveroni nell’introduzione del progetto. Una casa reale «con un indirizzo ben preciso, un nome sul citofono, una porta che introduce a degli ambienti dove si è depositata questa strana forma di vita, claustrofica, più che claustrofobica. Chi vi è dentro», avvisa ancora la curatrice, «non riesce, o non vuole, uscirne e si sazia della propria immagine, indulgendo in quell’involucro domestico ad alto tasso tecnologico che si è costruito intorno. Ma Eric abita anche il mondo della rete, lo si trova ad un indirizzo preciso, come è quello di Torino, che però non ha numero civico, né alla fine il nome di una città, ma comincia con alcune lettere dell’alfabeto e termina con una sigla: http://gregoriosamsa.com».

Ciò che rende ancora più effervescente il progetto è, dunque, un passaggio dal reale (REAL) al virtuale (VIRTUAL) appunto. Da un primo artificio creativo, per dirla con Hegel, ad un secondo artificio a mio avviso integrativo – seppur autonomo – che pone l’accento sul concetto di esposizione. Di una esposizione che è non solo parte integrante della costruzione dell’opera (la location, ad esempio, è scelta accuratamente), ma anche luogo concreto, praticabile fisicamente o, d’altro canto, ricostruito integralmente mediante spartiti tecnologici per vaporizzare lo spazio e permettere una fruizione planetaria e ubiqua. A rendere ancora più effervescente questo progetto firmato da Samsa è, tra l’altro, il catalogo della mostra (a tiratura limitata in 500 copie) che andrebbe raccontato in tutte le sue parti. Si tratta di uno scrigno da collezione che contiene al suo interno una serie di materiali: un astuccio nero con dieci riproduzioni di polaroid (“A Day In The Life”), un cofanetto bianco con doppio CD (“Where? – Real / Virtual”), il manifesto dell’evento e un “Postcards” di dodici fogli rilegati ad anello ruotante. Infine, disarmante e intelligente, una busta da lettera (“October”) in carta mozzarella con dentro la corrispondenza telematica tra Gregorio Samsa e Adriana Polveroni che indica non solo le varie fasi riflessive sulla costruzione della mostra ma anche l’importanza, oggi, di riappropriarsi della comunicazione e del dialogo per la realizzazione di progetti o programmi con prefissi teorici e con indispensabili proponimenti critici sul presente dell’arte e della vita.

Antonello Tolve

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